• Decrease font size
  • Reset font size to default
  • Increase font size
La Riforma che non c'è

Immagine_118

 

Maria Luisa Jetti - AISPIScuola

Il 4 Febbraio 2010 il Consiglio dei Ministri ha dato via libera alla Riforma della Secondaria Superiore, che attraverso uno sfoltimento drastico...


La Riforma che non c'è

Il 4 Febbraio 2010 il Consiglio dei Ministri ha dato via libera alla Riforma della Secondaria Superiore, che attraverso uno sfoltimento drastico degli indirizzi di studio, riordina licei, istituti tecnici e istituti professionali, con l’intento dichiarato di porre il nostro sistema scolastico in linea con quello dei paesi avanzati. Già sul precedente schemadi Regolamento per il riordino dei cicli, aispis aveva evidenziato, in un articolo apparso su Scuola e lavoro, (ott.nov.dic. 2009), il bluff che si nascondeva dietro lo sbandierato potenziamento dell’insegnamento delle lingue straniere.

Purtroppo, la Riforma in questione conferma i tagli operati in ambito linguistico nei vari ordini di scuola, oltre ad una significativa contrazione dello stesso insegnamento dell’inglese, sino ad oggi “cavallo di battaglia del MIUR”, per il quale sono previste molte ore in meno rispetto all’esistente (ad esempio, 66 ore in meno nel solo Liceo Scientifico). Grazie a questa operazione di ridimensionamento degli spazi dedicati alla lingua straniera, vengono azzerate tutte le sperimentazioni in atto da molti anni nelle scuole superiori in cui, con grande successo, era stata introdotta la seconda lingua straniera, vanificando in un sol colpo una politica linguistica che, con impegno ed investimenti, aveva cercato di migliorare l’offerta formativa per gli studenti e di tener conto, in qualche modo, delle direttive Europee in materia di insegnamento delle lingue comunitarie e di multilinguismo. L’aver trasferito all’area opzionale l’eventuale studio di una seconda lingua o il potenziamento della prima, appare più un abile escamotage per eludere il problema che un modo per risolverlo. Infatti, attivare o potenziare ulteriori insegnamenti in quest’area sarà di fatto impossibile, data la notoria assenza di investimenti in tal senso e la precarietà delle risorse di organico e di bilancio dichiarate dalle Istituzioni Scolastiche. Insomma, avremo una scuola con meno lingue ed anche meno inglese.

Questa Riforma, definita con grande enfasi «epocale», invece di migliorare  l’attuale sistema educativo, si configura come un sostanziale passo indietro, perché nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro Paese, allontanandoci dall’Europa e omologando e livellando verso il basso l’offerta formativa ed il profilo culturale. L’operazione di riordino dei nuovi percorsi di studio non scaturisce dall’analisi dell’esistente, da un progetto condiviso, né da un serio confronto con il mondo della scuola, dagli insegnanti ai dirigenti, alle famiglie, dagli enti locali alle Regioni e al mondo del lavoro, né da un dibattito parlamentare. Sono stati disegnati dei contenitori e rimodulati i vari indirizzi sulla base di esclusive esigenze di riduzione della spesa pubblica, che hanno spinto ad operare tagli di ore di insegnamento cruciali (una media di 4 ore settimanali in meno, con 7000 docenti in esubero), immiserendo ed eliminando importanti materie di studio come le lingue, la geografia, la musica..

Per restare nel campo delle lingue, appare evidente la miopia degli interventi riduttivi sul monte ore destinato alle lingue comunitarie e la contraddizione con le trionfalistiche  affermazioni del ministro sulla necessità di rispondere così, «alle esigenze di rinnovamento ed adeguamento della scuola ai nuovi bisogni del paese». In un mondo globalizzato,  in cui la conoscenza di più lingue straniere (e non solo di quelle comunitarie) appare sempre più indispensabile, questa «Riforma epocale» ci riconduce di colpo ad una dimensione provinciale e servile, subalterna alla logica del mero profitto, incapace di immaginare un mondo che si è già aperto a realtà diverse ed alternative all’anglocentrismo.

Alla luce delle ottimistiche previsioni del ministro, appare ancora più grave la mancanza di un progetto che delinei il futuro di questa scuola riformata, il cui unico disegno sembra essere quello di riesumare una gerarchia di percorsi scolastici culturalmente e socialmente ghettizzanti, di gentiliana memoria. Al di là di un riordino dei vari indirizzi, sicuramente necessario, manca ogni riferimento a nuovi curricula ed ai risultati attesi alla fine di tali percorsi, cioè a quanto qualificherebbe veramente una Riforma,  eludendo quindi ciò che, ad oggi, appare come il vero problema della nostra scuola (vedi i deludenti risultati degli alunni italiani nelle prove OCSE-PISA).

Altro aspetto sintomatico della mancanza di un progetto in questa Riforma che, con evidenza, risponde solo a pressanti esigenze di risparmio, è l’assenza di un piano di formazione dei docenti. Da anni mancano efficaci strumenti di reclutamento e di riqualificazione del corpo insegnante, l’aggiornamento è lasciato alla buona volontà dei singoli, senza riconoscimenti di alcun genere.

Con queste premesse, risulta quasi comica la millantata pretesa di impartire in lingua straniera l’insegnamento di una disciplina non linguistica, il tanto sbandierato CLIL, che ci dovrebbe equiparare alle scuole europee più avanzate. Quali e soprattutto quanti docenti avranno le competenze linguistiche per impartire tale insegnamento? E’ stato fatto un serio censimento delle professionalità esistenti? Su quali basi sono state valutate o si valuteranno le necessarie competenze linguistiche? Come si pensa di procedere in quelle realtà carenti di tali professionalità? E ancora, in quale lingua si impartirà il CLIL, tenuto conto che l’unica lingua che gli alunni (forse) conosceranno sarà l’inglese?

Considerando che in nome della razionalizzazione delle spese si smantella di fatto la scuola pubblica, appaiono ancora più eclatanti le concessioni economiche elargite alla cosiddetta scuola paritaria, di cui non è chiara la parità, visto che i contributi ad essa riservati doppiano quelli destinati alla scuola pubblica, pur avendo questa un numero di alunni macroscopicamente più alto. Grazie a tali contributi, le scuole paritarie possono  prevedere, nei loro curricula, la presenza di quelle discipline (lingue straniere, musica, arte…) prima presenti nelle sperimentazioni che il MIUR ha drasticamente eliminato. Forse la possibilità di pagare rette favolose rende automaticamente gli alunni di tali scuole più intelligenti e degni di un’istruzione di qualità?

(Scuola e Lavoro - Febbraio 2010)

  Back